Tra detriti e ricordi svolazzanti

C’era una volta una ragazzina di 15 anni che, per seguire i genitori, ha lasciato dietro di sé il fratello, gli amici, il cane e la casa natale. Ha lasciato tutto, a 15 anni, ed è salita su quel pullman che l’avrebbe portata in un paese diverso, a ricominciare la sua vita che a quell’età non era nemmeno decollata del tutto.

Quella ragazzina se ne andò piangendo, con l’unica certezza di dover avere fiducia in sua madre. Ha pianto per settimane, forse mesi, finché non ha avuto più la forza di piangere. Poi ha cominciato a reagire, a guardarsi intorno e a comportarsi in modo che tutti fossero fieri di lei.

La ragazzina è cresciuta con una nostalgia costante nel cuore. C’era sempre qualcuno, o qualcosa, che le mancava. La distanza può essere dannatamente difficile da sopportare. Ogni tanto tornava nel suo paese, poi se ne andava di nuovo. Non piangeva più, però, alla partenza.

Gli anni passarono, e questa ragazzina diventò una donna. Ce l’aveva fatta, aveva attraversato tutti gli ostacoli e aveva fatto sì che la sua seconda casa le diventasse abbastanza cara da poterla chiamare davvero “casa”. Ha costruito intorno a sé affetti, amicizie, amori. Però quella punta di nostalgia le è rimasta sempre nel cuore.

Mentre le persone si possono spostare da un posto all’altro, si possono trovare a metà strada, una sola cosa non si può muovere dal posto in cui si trova: la casa natale. La casa in cui sei nato, cresciuto, dove hai imparato a camminare, a correre, dove hai imparato a stare al mondo. Quella casa rimane lì, ed è una sola. E’ unica al mondo, non ce ne sono delle altre e non ne potrai mai costruire un’altra, da nessuna parte. A quella casa appartieni, è lì che sono nati i tuoi primi ricordi, quelli che fondano la persona – perché è dall’infanzia che parte tutto.

Per questa ragazzina, ormai adulta, quella casa non c’è più. Non esiste più, fisicamente. E’ stata rasa al suolo, non c’è più un solo mattone rimasto in piedi. Non c’è più la finestra dalla quale sbirciava fuori, non ci sono più gli alberi che amava tanto, il giardino dove giocava con il fratello e correva con il cane. Ci sono solo detriti, e chissà cosa si innalzerà al suo posto. Potranno costruire palazzi, chiese, negozi, potranno costruire la casa natale di qualcun altro, ma non potranno più ricostruire la casa natale di quella quindicenne che se ne andò piangendo.

La ragazzina d’allora, oggi grande, non ha fatto in tempo a dire addio a quella casa, e non potrà più farlo. Si aggrapperà ai ricordi, cercherà di dar loro un posto immaginario dove collocarli, cercherà di dare sostanza a quella realtà virtuale che le è rimasta nella mente e nel cuore, ma che non potrà più essere afferrata.

Quella casa erano le sue radici. Lei ha perso le sue radici che, però, paradossalmente, nel frattempo si sono trasformate in ali. Ci è voluto il paesaggio deserto della sua infanzia per farle capire che, in tutti questi anni, quella nostalgia si è trasformata in saggezza e che nel frattempo ha voltato pagina, lasciando il suo passato lì, tra detriti e ricordi svolazzanti.

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