L’aria fredda di Cluj

Gli ultimi mesi dell’anno hanno un odore particolare a Cluj. L’aria fredda d’autunno, soprattutto nelle ore serali, quando fa buio ma non è ancora notte, ha un odore tutto suo. Ogni volta che ci vado in autunno lo riconosco quest’odore: è la stessa aria che respiravo da bambina mentre mi avvolgevo la sciarpa intorno al collo, guardando le nuvole di vapore formarsi con il mio respiro. E’ quell’aria che ti fa gelare le guance e le mani, che è quasi tagliente ma anche piacevole. Dico davvero, è un’aria diversa, ma per percepirla bisogna forse esserci nato lì.

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Lago Chios, Parco Centrale

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Cluj è bellissima in autunno, è pittoresca. Puoi passeggiare per delle ore senza stufarti, immischiarti nella folla che si affretta da qualche parte nel centro della città o ritirarti in zone più verdi da dove poter respirare la città in disparte. Il Parco Centrale è uno di questi posti, così come lo è la Cetatuie, il punto panoramico della città, dove per arrivarci devi salire tante faticose scale.

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Casa del re Matei Corvin, 15° sec.
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Panorama visto da Cetatuie
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Cielo grigio sui tetti della città
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Parco Centrale

Nel mio viaggio di quest’autunno ho avuto parte di tanta pioggia e tanto freddo, ma la parte positiva è stata quella di aver sentito di nuovo quell’odore di infanzia che solo nei mesi freddi dell’anno è così evidente. Un’infanzia che ho ricercato tra le strade ma non ho più trovato, nemmeno nella casa natale perché al suo posto c’è un grande palazzo abitato da coppie che, come diceva la mia migliore amica, faranno forse dei bambini per i quali quel posto sarà “casa natale” così come lo è stato per me. Ma che m’importa degli altri, ho pensato egoisticamente, la mia casa natale non c’è più. Ma l’egoismo fa parte della natura umana, e l’attaccamento ai ricordi pure, quindi mi sono concessa quel pensiero, poi ho risposto “sì, lo so, e tanto lì non ci abitavo più.”

Ogni volta che torno a Cluj imparo qualcosa di nuovo su me stessa. La città cambia in continuazione, migliora, cresce, si sviluppa, si estende. Accoglie persone nuove, di diverse  nazionalità, è satura di studenti che la scelgono per le sue ottime facoltà, attira imprenditori e sempre più turisti che, grazie a Dio, stanno cominciando a scoprirla. Ma Cluj rimane comunque la stessa, con i suoi monumenti, le sue chiese, il suo polmone verde e i suoi locali così numerosi e particolari che è impossibile scegliere dove fermarsi per un caffè, un dolce o una birra.

Se dovessi scegliere di assomigliare ad un città, vorrei assomigliare a Cluj. Mi piace pensare che un po’ ci assomiglio davvero, che anch’io cambio ogni anno, nel bene e nel male, ma che rimango la stessa, con i miei punti di riferimento che mi aiutano a ritrovarmi e riconoscermi, ma anche a farmi riconoscere.

Una storia d’amore regale

Nel 1947, ad una cena londinese data in onore del matrimonio di Elisabetta II, Michele e Anna si incontrarono per la prima volta. Lui era il re della Romania, lei principessa francese. E’ stato amore a prima vista, dicono, e si racconta che lei, dopo aver partecipato attivamente alla Seconda Guerra Mondiale, per l’emozione abbia salutato Michele come un soldato, tant’era rimasta viva in lei l’abitudine degli anni passati in guerra.

Michele diventò re giovanissimo, all’età di 6 anni, alla morte del nonno Ferdinando e come conseguenza della rinuncia al trono da parte di suo padre. Tre anni dopo, però, il padre Carol II tornò nel paese e non incontrò nessuna resistenza da parte delle autorità, quindi diventò re al posto del figlio. Nel frattempo, la madre Elena fu costretta a vivere in esilio a Firenze, e tra madre e figlio fu imposta una severa lontananza, in quanto i due si potevano vedere soltanto poche settimane all’anno.

Nel 1940, il generale Ion Antonescu impose a Carlo II di abdicare in favore di suo figlio Michele, il quale venne incoronato re, con la benedizione del patriarca ortodosso di Bucarest, nonostante gli vengano riconosciuti pochi poteri da parte del Governo. Rimase al trono fino al 1947, quando fu costretto dal governo comunista ad andare in esilio e fu abolita la monarchia. Un anno dopo, a Michele I venne ritirata la cittadinanza romena.

Nel 1948, già in esilio, Michele I sposò la principessa Anna di Borbone-Parma con cerimonia ortodossa, non senza incontrare degli ostacoli. Infatti, trattandosi di un’unione tra un ortodosso e un cattolico, il matrimonio non poteva aver luogo senza l’approvazione della Chiesa Cattolica e solo con la promissione che i futuri figli saranno battezzati come cattolici. Questo non era possibile, in quanto avrebbe rappresentato la violazione della Costituzione Romena da parte di Michele. La futura sposa andò anche dal papa Pio XII, ma non riuscì ad ottenere il consenso. La famiglia della sposa, quindi, non la accompagnò al matrimonio, e questo compito toccò allo zio di Anna, che decise di accompagnarla all’altare. Michele e Anna passarono la loro vita in esilio, prima in Italia, poi in Gran Bretagna e in Svizzera. Ebbero 5 figlie, tutte femmine: Margareta, Elena, Irina, Sofia e Maria, attualmente tutte in vita.

In seguito alla Rivoluzione dell’89, ci furono vari tentativi dell’ex re della Romania di ritornare in patria. Soltanto nel 1997 gli fu restituita la cittadinanza romena dal Presidente Emil Constantinescu e gli venne concesso di visitare e di soggiornare nel suo paese senza restrizioni.

In tutto questo periodo, in questa lunga vita, Michele e Anna rimasero marito e moglie. Oggi, 1 agosto 2016, si è spenta la regina Anna di Romania, alla venerabile età di 92 anni, mentre il re, 94enne, è malato in una clinica svizzera. Michele I rimane uno dei pochissimi capi di stato della Seconda Guerra Mondiale ad essere ancora in vita.

Tutto cominciò con Francia ’98

Ieri sera sono cominciati gli Europei 2016, come sapranno tutti, anche quelli che se ne fregano del calcio. Anch’io un po’ me ne frego del calcio dei campionati interni, ma non quando ci sono le nazionali in ballo. Europei, Mondiali, amichevoli…insomma, quando c’è la nazionale mi piazzo davanti alla tv ed è sconsigliato disturbarmi.

La mia passione per il calcio è cominciata nel 1998, con i Mondiali organizzati (e vinti) dalla Francia. Avevo 11 anni e probabilmente ho scoperto di amare questo sport a quell’età perché prima degli undici anni guardavo solo i cartoni. Giocava anche la Romania, quella fatta di grandi campioni – solo per citarne un paio Gheorghe Hagi e Adrian Ilie (il mio preferito). La squadra romena era arrivata agli ottavi, ma la Croazia ha vinto con 1-0. Non vi dico la mia disperazione: avevo appena scoperto questa meravigliosa cosa che era il calcio, avevo trovato il mio giocatore preferito, la Romania era una squadra di qualità e niente, Davor Suker ha fatto gol.

Non solo, avevo anche un quaderno dove tenevo l’evidenza delle partite, i risultati, gli autori dei gol e, quando giocava la Romania, scrivevo anche la cronaca della partita. No, non sto scherzando. Già da piccola scrivevo qualsiasi cosa mi venisse in mente e, ovviamente, avere un argomento così ricco da sviluppare era manna dal cielo per me.

Insomma, è dal ’98 che seguo attentamente tutti i campionati europei e mondiali di calcio. La squadra della Romania ha avuto poi un periodo difficile, con un cambio generazionale che ha visto ritirarsi tanti giocatori davvero di ottimo livello. Ma l’essere venuta in Italia mi ha salvato dal non avere più una squadra da tifare. Gli Azzurri sono diventati la mia squadra del cuore, così come l’Italia è diventata per me casa alla pari della Romania.

La partita di ieri sera tra Francia e (un’ottima) Romania mi ha ricordato quel lontano ’98 in cui cominciai a capire cos’è il calcio e, forse, lo sport in generale. E poco importa se il calcio di una volta era più pulito e più agonistico di quello odierno, poco importa se in tanti se ne fregano delle partite. Io mi diverto un sacco.

Che gli Europei abbiano inizio!

C’era una volta…13 anni fa

La ragazza era tesa, triste e spaventata. Non voleva partire. Pensava già che non rivedrà più le sue amiche e che dovrà mantenere i contatti con loro attraverso le lettere. Si immaginava già quanto saranno dense di lacrime quelle righe scritte di sera nella sua stanza, in quella stanza che non sapeva ancora che aspetto avesse. “Ti devi fidare di me anche stavolta, come hai sempre fatto”, le diceva la madre, ed era l’unica cosa che le dava conforto. Eppure era dura, dannazione. Le lacrime non ne volevano sapere, scorrevano per conto loro, indomabili e salate.

Si sono sedute in prima fila su quel pullman bianco che le avrebbe portate in Italia, in quel paese che la ragazza aveva già visitato un anno prima e che sì, le era piaciuto, però mai quanto la sua città natale. E poi c’era suo fratello…lei non voleva vivere lontano da lui, era il suo modello nella vita, la sua roccia.

Il pullman stava per partire e suo fratello, che le aveva accompagnate, le fece il dito medio. Sì, esatto. Invece di fare “ciao” con la mano come tutte le altre persone, lui mostrò il dito medio a sua sorella e lei scoppiò a ridere, rispondendo per le rime. Il loro rapporto era così, basato su ironia e affetto inespresso, ma ben sedimentato in entrambi.

Ora quel pullman è solo un ricordo sbiadito di quella giornata di viaggio infinita e i sentimenti che ha provato li sta raccontando lucidamente e intensamente, ma con un mezzo sorriso sulle labbra. Perché sua madre aveva avuto ragione. Aveva fatto bene a fidarsi. A distanza di 13 anni, ricordando quel 2 maggio del 2003, la ragazza non può che dire, fiera di se stessa e innamorata del Bel Paese: “Ce l’ho fatta alla grande”.

A proposito di Pasqua…

Quest’anno la Pasqua cattolica e quella ortodossa si festeggiano a più di un mese distanza (cosa rarissima, tra l’altro, perché di solito sono a distanza di una settimana). Vivendo in un paese cattolico mi ritrovo quindi a festeggiare Pasqua due volte: la prima insieme a tutti i miei amici e conoscenti italiani, la seconda rigorosamente in famiglia. Questa cosa non mi dà alcun fastidio, anzi: per certi versi è ancora più bello.

Quasi vent’anni fa, quando ero bambina (ma non è cambiato quasi niente nel frattempo), aspettare le feste di Pasqua in Romania voleva dire seguire un rituale lunghissimo di cose da fare.
Circa una settimana prima si cominciava a pulire la casa. Si tiravano fuori tutti i tappeti (all’epoca tutti avevano tappeti in casa), bisognava sbatterli per bene, passarli con acqua e aceto, spazzolarli e lasciarli al sole per una giornata intera. Poi si puliva, lavava, spolverava tutta la casa, in ogni suo angolo. Si lavavano tutti i vetri, le tende, le lenzuola…insomma, si passavano tra le mani tutte le cose nei minimi particolari. I bambini, ovviamente, dovevano contribuire alle pulizie, in base alla loro età e alle loro capacità. Questa era la prima cosa che si faceva, di solito proseguendo una stanza per volta. E poi guai portare sporcizia nella stanza già pulita! Ricordo che era stancante ma anche divertente, e l’odore di fresco che c’era in casa ti dava proprio soddisfazione…
Poi si cucinava. Si cucinava tanto. Di solito la mamma faceva 2, 3, a volte addirittura 4 tipi di torte, pasticcini, trecce, panettoni…cose dolci insomma. Poi c’erano gli antipasti, tra i quali non potevano mai mancare l’insalata russa (un po’ diversa da quella che si trova in commercio, un giorno vi darò la ricetta – ne vale la pena) e l’insalata di melanzane. Due cose davvero buonissime, che mangio anche adesso con grande piacere e un po’ di nostalgia. Poi si faceva il primo e il secondo, a volte più primi e più secondi. E si coloravano le uova. Si cucinava tantissimo, si puliva tantissimo. E il giorno di Pasqua ci si vestiva eleganti, anche se magari non si andava da nessuna parte. C’erano però sempre dei potenziali ospiti in arrivo: vicini, amici, parenti…soprattutto parenti. Spesso quelli che vedevi solo un paio di volte all’anno. Qualcuno arrivava di sicuro comunque, e senza avvisare. Non c’erano mica i cellulari allora, e poi non c’era nemmeno l’abitudine di avvisare sempre prima di andare a trovare qualcuno. Ci andavi e basta, se non era a casa pazienza. Questo nel caso in cui tu e la tua famiglia non eravate gli ospiti di qualcuno. Che era spesso più stancante che avere ospiti in casa, perché dovevi stare via per ore ad ascoltare i discorsi degli adulti e assaggiare ogni pietanza con il tuo stomaco minuscolo rispetto al loro. E guai rifiutare, era segno di maleducazione!
Queste cose succedevano anche a Natale, con la differenza che in quel periodo si aggiungevano delle altre tradizioni che rendevano le cose ancora più movimentate.

Adesso che le racconto, queste cose mi sembrano quasi divertenti. In realtà, però, io non ho mai amato le feste, e neanche mio fratello. Siamo due anti-tradizionalisti convinti, e abbiamo tante ragioni dalla nostra parte. Come prima cosa, sia Pasqua che Natale sono due feste religiose. Se sei credente, dovresti aspettare queste feste con in mente il loro vero significato. E se Natale bene o male può essere considerata una festa allegra, Pasqua non lo è di certo. Pasqua è una festa triste, nonostante il gesto di sacrificio di Gesù e tutto il significato che ci sta dietro. Per questo non vedo alcun senso nell’uscire dalla chiesa (ci si va perché “si fa così”, oppure per sentirsi migliori e con meno sensi di colpa), andare a mangiare a volontà, oziare e mangiare di nuovo. Non capivo nemmeno da bambina perché le famiglie dovevano pulire ogni angolo della casa e cucinare per un esercito, perché per 3 giorni successivi potevi sempre svegliarti con qualcuno che suonava il campanello (in Romania si festeggia anche il terzo giorno di Pasqua). E poi mangiavano tutti i dolci, e sporcavano i tappeti. E non era facile pulire quei tappeti…

Da piccolo però prendi le cose così come sono, non ci pensi più di tanto e spesso fai quello che ti dicono i tuoi genitori. La verità è che anche mia mamma era contraria a tutta questa routine, però doveva farlo anche lei “perché si fa così”. Adesso, che siamo tutti grandi, le cose stanno diversamente. Sicuramente accontentare i parenti non è più una priorità per noi, anche perché siamo lontani più di mille km. Abbiamo deciso di festeggiare per bene tutti insieme quelle poche volte all’anno che la famiglia (ora allargata) è al completo, che non è mai Pasqua o Natale. E nelle altre festività…un piccolo momento di riflessione sul significato di quella festa e un pranzo più che normale, con però un tocco di tradizione conservato: gli antipasti rumeni. Le cose davvero buone non si possono abbandonare.

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La Blouse Roumaine

La Blouse Roumaine, Henry Matisse
La Blouse Roumaine, Henry Matisse

La blouse roumaine è un’opera di Henri Matisse del 1940, ispirata alle camicie popolari tradizionali romene, chiamate “ii” (singolare “ie”).

I modelli di queste camicie sono molto belli, colorati, e si racconta che nel passato venivano usati per trasmettere dei valori o dei messaggi di generazione in generazione. Ogni modello significava qualcosa, e le donne adulte o anziane tramandavano questo sapere alle donne più giovani. Era solito regalare una “ie” quando una ragazza si sposava o per altri eventi importanti.

Tantissimi stilisti si sono ispirati alla “ie” romena e ai suoi modelli. Solo per citarne alcuni, Yves Saint Laurent (che ha creato anche una ie identica a quella del dipinto di Matisse), Tom Ford, Jean Paul Gaultier.

Il 24 giugno si festeggia il Giorno Universale dell’Ia. Tutto è partito nel 2013 su internet e ha avuto un’espansione incredibile. C’è, infatti, una pagina Facebook intitolata proprio “La Blouse Roumaine” che raccoglie tutte le informazioni sull’ie, sul suo passato e sul suo futuro. Il valore – oserei dire internazionale – di questa maglia, dei suoi disegni e del suo significato merita di non passare inosservato.

Tra detriti e ricordi svolazzanti

C’era una volta una ragazzina di 15 anni che, per seguire i genitori, ha lasciato dietro di sé il fratello, gli amici, il cane e la casa natale. Ha lasciato tutto, a 15 anni, ed è salita su quel pullman che l’avrebbe portata in un paese diverso, a ricominciare la sua vita che a quell’età non era nemmeno decollata del tutto.

Quella ragazzina se ne andò piangendo, con l’unica certezza di dover avere fiducia in sua madre. Ha pianto per settimane, forse mesi, finché non ha avuto più la forza di piangere. Poi ha cominciato a reagire, a guardarsi intorno e a comportarsi in modo che tutti fossero fieri di lei.

La ragazzina è cresciuta con una nostalgia costante nel cuore. C’era sempre qualcuno, o qualcosa, che le mancava. La distanza può essere dannatamente difficile da sopportare. Ogni tanto tornava nel suo paese, poi se ne andava di nuovo. Non piangeva più, però, alla partenza.

Gli anni passarono, e questa ragazzina diventò una donna. Ce l’aveva fatta, aveva attraversato tutti gli ostacoli e aveva fatto sì che la sua seconda casa le diventasse abbastanza cara da poterla chiamare davvero “casa”. Ha costruito intorno a sé affetti, amicizie, amori. Però quella punta di nostalgia le è rimasta sempre nel cuore.

Mentre le persone si possono spostare da un posto all’altro, si possono trovare a metà strada, una sola cosa non si può muovere dal posto in cui si trova: la casa natale. La casa in cui sei nato, cresciuto, dove hai imparato a camminare, a correre, dove hai imparato a stare al mondo. Quella casa rimane lì, ed è una sola. E’ unica al mondo, non ce ne sono delle altre e non ne potrai mai costruire un’altra, da nessuna parte. A quella casa appartieni, è lì che sono nati i tuoi primi ricordi, quelli che fondano la persona – perché è dall’infanzia che parte tutto.

Per questa ragazzina, ormai adulta, quella casa non c’è più. Non esiste più, fisicamente. E’ stata rasa al suolo, non c’è più un solo mattone rimasto in piedi. Non c’è più la finestra dalla quale sbirciava fuori, non ci sono più gli alberi che amava tanto, il giardino dove giocava con il fratello e correva con il cane. Ci sono solo detriti, e chissà cosa si innalzerà al suo posto. Potranno costruire palazzi, chiese, negozi, potranno costruire la casa natale di qualcun altro, ma non potranno più ricostruire la casa natale di quella quindicenne che se ne andò piangendo.

La ragazzina d’allora, oggi grande, non ha fatto in tempo a dire addio a quella casa, e non potrà più farlo. Si aggrapperà ai ricordi, cercherà di dar loro un posto immaginario dove collocarli, cercherà di dare sostanza a quella realtà virtuale che le è rimasta nella mente e nel cuore, ma che non potrà più essere afferrata.

Quella casa erano le sue radici. Lei ha perso le sue radici che, però, paradossalmente, nel frattempo si sono trasformate in ali. Ci è voluto il paesaggio deserto della sua infanzia per farle capire che, in tutti questi anni, quella nostalgia si è trasformata in saggezza e che nel frattempo ha voltato pagina, lasciando il suo passato lì, tra detriti e ricordi svolazzanti.

Ana Blandiana

Mi capita spesso di voler far leggere a qualcuno una poesia, o addirittura un libro, scritto in romeno. E mi ritrovo in difficoltà, ovviamente, perché l’altra persona non conosce la lingua. E allora penso che il modo migliore di far sfruttare il mio bilinguismo sia quello di tradurre, di portare da una cultura all’altra le cose che mi piacciono o che credo valgano la pena di essere conosciute anche oltre i confini di quel paese che ha tanto, ma che non sa farsi valere.

Ana Blandiana è una poetessa romena, nata a Timisoara nel 1942, nella città focolaio della Rivoluzione dell’89. Durante il comunismo ha subito la censura del regime, che proibì le sue poesie e cancellò il suo nome da tutti i libri. E’ considerata una delle maggiori poetesse romene, tradotta in molte lingue.

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Ho scelto e tradotto due poesie sue, “Il confine” e “Condizione”, entrambe appartenenti al volume “Il terzo mistero” del 1969. So che esistono già delle traduzioni in rete, ma ho preferito tradurle a modo mio.

Il confine / Hotarul

Cerco il principio del male
Come cercavo da bambina i margini della pioggia.
Correvo a perdifiato per trovare
Il posto in cui
Sedermi a terra a contemplare
Da un lato la pioggia, dall’altro la non pioggia.
Però la pioggia cessava sempre prima
Che io scoprissi i suoi confini
E ricominciava prima
Di scoprire fin dove c’è sereno.
A nulla mi è servito crescere.
Con tutte le forze
Corro tuttora per trovare il posto dove
Sedermi a terra a contemplare
La linea che separa il male dal bene.
Però il male cessa sempre prima
Che io riesca a scoprire i suoi confini
E ricomincia prima
Di sapere fin dove c’è il bene.
Io cerco il principio del male
Su questa terra
Nuvolosa e soleggiata
Di volta in volta.

Condizione / Conditie

Sono
Come
La sabbia nella clessidra
Che
Può essere tempo
Solo
In
Caduta.

1989

Romania's Revolution, 1987 - "Own children will be free"

E’ passato un quarto di secolo da quando la Romania è scesa in strada contro il comunismo. Nel dicembre del 1989 scoppiò la Rivoluzione Romena, conclusa con più di mille vittime e la sconfitta del regime comunista.

Nell’89 avevo 2 anni, quindi i miei ricordi su quel periodo sono pressoché inesistenti. So però quello che mi raccontano i miei genitori, i miei nonni e tutte le persone che l’hanno vissuta davvero la Rivoluzione. Il comunismo ti dava il necessario per vivere una vita decente, ma ti toglieva la possibilità di scegliere. Ti dava una casa, da mangiare, un lavoro, ma non ti faceva uscire dal paese.

Mi stupisco (o forse no) ogni volta che sento, ancora oggi, alcune persone dire che non si stava poi così male sotto il regime. Che avevi tutto quello che ti serviva, ricevevi una casa dallo Stato appena ti sposavi, ti si dava un lavoro e avevi sempre la possibilità di andare in ferie, magari al mare. Eppure mia mamma mi racconta che doveva fare 2-3 ore di fila, alle 5 del mattino, per compare il latte, lo zucchero, la farina. E la quantità era limitata, avevi diritto ad un tot per famiglia. Mio fratello aveva a scuola una foto grandissima di Ceausescu attaccata al muro e parlare male di lui era quasi un reato.

Puoi illudere la gente con una finta vita dignitosa, ma ad un certo punto si stuferà di sentirsi dire sempre cosa fare. Penso sia stato Voltaire a dire una frase del tipo: “Non condivido la tua opinione, ma darei la vita perché tu possa esprimerla.”

La libertà è tutto.

Romania's Revolution, 1987 - "Own children will be free"

Questa foto è simbolica di quel periodo. C’è scritto: “I nostri bambini saranno liberi”. Chi l’ha scritta, si riferiva anche a me. Quelle persone hanno lottato e sono morte anche per me.