Chi ti credi di essere?

“Rose aveva sempre pensato che un giorno sarebbe successo, che prima o poi qualcuno l’avrebbe notata e amata perdutamente, senza riserve. Al tempo stesso era convinta dell’esatto contrario, che nessuno l’avrebbe voluta mai e, fino a quel momento, era stato così. A renderci desiderabili non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che senza saperlo abbiamo dentro di noi. Rose si guardava allo specchio e pensava: moglie, fidanzata. Che belle parole dolci. Come potevano adattarsi a lei? Era tutto un miracolo; tutto uno sbaglio. Era quello che aveva sognato; non era quello che aveva desiderato.”

Rose ha passato la sua vita inseguendo gli uomini, in un certo modo adattando se stessa a questi uomini che, in realtà, non le hanno dato più di tanto. Nonostante questo aspetto, però, Rose è una donna intelligente, sveglia, dall’indole artistica e per questo un po’ “inetta”. E, come tante donne intelligenti, il suo comportamento in amore è tutt’altro che degno di questo aggettivo.

“Chi ti credi di essere?” è un libro del 1978 di Alice Munro, scrittrice canadese contemporanea vincitrice del Premio Nobel nel 2013. Viene descritto come una raccolta di racconti che in realtà creano una storia coesa, che segue gli stessi protagonisti – o meglio, la stessa protagonista: Rose. “Chi ti credi di essere?” è anche una domanda che non trova risposta nel libro, anche se viene ripetuta verso la fine. Forse perché nemmeno Rose ha scoperto chi, in realtà, crede di essere.

Lezioni di vita in rima. Nazim Hikmet

“Non vivere su questa terra
come un inquilino,
oppure in villeggiatura
nella natura.
Vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre.
Credi al grano, al mare, alla terra,
ma soprattutto all’uomo.
Ama la nuvola, la macchina, il libro,
ma innanzitutto ama l’uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca,
del pianeta che si spegne,
dell’animale infermo,
ma innanzitutto la tristezza dell’uomo.
Che tutti i beni terrestri
ti diano gioia,
che l’ombra e il chiaro
ti diano gioia,
che le quattro stagioni ti diano gioia,
ma che soprattutto l’uomo
ti dia gioia.”

Questa è parte della poesia “Forse la mia ultima lettera a Mehmet”, del 1955, di Nazim Hikmet.
Hikmet, poeta turco, innamorato del suo paese ma costretto a vivere altrove (e in carcere) per lunghissimi periodi della sua vita, partì in esilio lasciando la moglie incinta e incontrò suo figlio soltanto poche volte, prima di morire a 62 anni.

Trovo queste parole bellissime e, in qualche modo, necessarie.

La Signora delle Camelie, ovvero non è solo l’amore che conta

“Nessuno aveva mai visto a Marguerite fiori che non fossero camelie. Ecco perché da madame Barjon, la sua fioraia, era stata soprannominata la Signora delle Camelie, e quel soprannome le era rimasto. Come tutti coloro i quali, a Parigi, frequentavano un certo ambiente, sapevo che Marguerite era stata l’amante dei giovani più eleganti. Del resto, lei stessa lo dichiarava apertamente, e loro se ne vantavano, il che dimostra che amanti e amante erano reciprocamente contenti.”

Scritto da un giovanissimo Alexandre Dumas Junior nel 1848, “La Signora delle Camelie” è un libro che, pare, fu scritto ispirandosi alla propria amante. Non fatevi ingannare, però, dall’inizio, che sembra preannunciare una storia d’amore simile a tante altre.

Ho comprato questo libro perché mia mamma mi aveva detto: “So di averlo letto tanto tempo fa e ricordo che mi era piaciuto tanto.” L’ho comprato quindi, ed è uno dei libri più belli mai letti. O forse non uno dei più belli, ma sicuramente uno di quelli che ti fanno vivere perfettamente quello che stai leggendo, che ti fa leggere gli ultimi capitoli con le lacrime agli occhi.
Straziante è l’unica parola che mi viene in mente. Consigliato per la sua capacità di trasmettere perfettamente i sentimenti espressi.

Mi viene da aggiungere soltanto una riflessione. E cioè che forse non è (soltanto?) l’amore a farti ricordare per sempre da qualcuno, ma ci vuole anche dignità e sentimenti nobili. L’amore a volte ti fa fare delle pazzie, è un sentimento che ha la forza di trasformarsi rapidamente in altri sentimenti – più o meno giusti, ma la dignità, il rispetto, la bontà sono difficile da mutare. E forse, alla fin fine, senza di loro l’amore sarebbe soltanto passione. E la passione svanisce in fretta.

La nonna e Thackeray. Love talk

Qualche mese fa, in un tranquillo pomeriggio di fine febbraio, parlai con mia nonna di tante cose. Ero particolarmente interessata a scoprire cosa si prova a stare con la stessa persona per 60 anni, come si fa a far durare una relazione così a lungo e superare i problemi che intervengono strada facendo.

Mi disse che lo si impara col passare del tempo. Che non bastano 60 anni per conoscere una persona. Mi disse anche che l’amore svanisce col tempo, però cede il posto al rispetto, al volersi bene e alla compassione. “Non fraintendermi”, mi disse, “per compassione non intendo pena. Tuo marito non deve mai farti pena, neanche quando sta molto male, ma devi provare compassione nei suoi confronti. Partecipare al suo dolore, volerlo aiutare come se aiutassi te stessa, volergli bene davvero, far di tutto per non vederlo soffrire. La cosa, ovviamente, deve essere reciproca.”

E poi aggiunse: “E ricordati, la donna deve essere sempre anche un po’ attrice.” Il suo consiglio mi fece sorridere e lei continuò dicendomi che sì, la donna deve usare sempre la diplomazia e sapere quale strategia adottare in base alle circostanze. Ero un po’ perplessa perché da lei non me l’aspettavo, anche se in effetti è una cosa che viene detta spesso. Ma io, donna poco convenzionale e testarda, mi impunto (sbagliando, a quanto pare) a non usare mai questi trucchetti femminili. “Invece sbagli”, mi disse infatti la nonna. “Non ti sto dicendo di non essere sincera o di fingere i tuoi sentimenti, ti sto solo dicendo che le relazioni si guastano, le persone cambiano, sbagliano, e ci vuole intelligenza e tanta buona volontà per ripararle. Oggi siete abituati a buttare via le cose appena hanno un piccolo difetto, ma ai nostri tempi non si faceva così: si cercava in tutti i modi di ripararle prima di decidere di buttarle. Oggi non lo fate più…e non lo fate neanche con le relazioni. Le buttate via alla prima difficoltà, mollate in partenza, prima di pensarci su bene. Guarda che per passare la vita insieme alla stessa persona ci vuole molto impegno e, ricordati, tanta astuzia. Se ci tieni a qualcuno ti devi impegnare e, se serve, devi essere anche un po’ attrice. Sai, i maschi sono molto più semplici di noi, capirai in fretta cosa vuole davvero il tuo uomo.”

Ascoltando le parole di mia nonna mi tornò in mente un libro, “La fiera delle Vanità” di W. M. Thackeray. Lo lessi qualche anno fa e, tornata a casa, lo sfogliai di nuovo per trovare quel paragrafo (che mi ero segnata) che si assomigliava così tanto alle parole di mia nonna. Se non fossi così sicura del contrario, direi che lo ha letto anche lei:

“Le donne migliori (l’ho sentito dire da mia nonna) sono ipocrite. Noi non sappiamo quanto ci nascondano: quanto stiano attente quando appaiono ingenue e fiduiose, e quanto spesso i loro chiari sorrisi, che paiono tanto spontanei, siano tranelli per lusingare, per eludere o per disarmare. Non parlo delle civette di professione, ma di donne modello, esempio di femminili virtù. Chi non ha visto una donna riuscire a nascondere la stupidità di uno sciocco marito o placare le furie di un uomo collerico? Noi accettiamo quest’amabile predominio che diventa un merito per la donna, e chiamiamo verità questo grazioso inganno. Una buona moglie è, per necessità, un’ottima diplomatica.”

“La fiera delle Vanità” è del 1848. Sembra che, nonostante il passare dei secoli, certe cose rimangano ancora vere.

Parliamo di libri

Pensando a quale libro portare con me in una (meritatissima) vacanza che farò a breve mi è venuto in mente un libricino che ho letto interamente in aeroporto un po’ di tempo fa. Quel libro me lo ricordo benissimo, pur non essendomi piaciuto tanto, per il fatto di averlo letto aspettando l’aereo.

E così ho pensato: quali altri libri tra quelli che ho letto mi sono rimasti dentro non tanto per la loro bellezza, ma quanto per il fatto di associarli ad un preciso momento o periodo della mia vita? Eccone alcuni.

1. “Cuore di cane” di Mikhail Bulgakov.

“Cuore di cane” è il libro di cui parlavo prima. Era il 2013, mi trovavo a Bucarest per lavoro e nell’immenso aeroporto Henri Coanda ho aspettato il mio aereo per più di due ore in compagnia di Mikhail Bulgakov. Avevo comprato questo libro prima di partire sostanzialmente per il suo titolo – la parola “cane” mi attira come una calamita. Beh, il libro non mi è piaciuto molto, eppure mi è in qualche modo caro perché mi ha fatto compagnia in quelle due lunghe ore di quel pomeriggio di inizio settembre.

2. “Shogun” di James Clavell.

Questo non è un libro, è un librone. Poco conosciuto in presente, appena uscito (nel 1975) registrò un grande successo. Parla del Giappone del ‘600, dei shogun e delle loro tradizioni, tutto narrato dal capitano inglese John Blackthorne, soccorso nel mare dagli abitanti della terra asiatica. Un libro molto affascinante, ricco di storia e avventura, che però non avrei mai letto se non fossi stata costretta a rimanere a letto per una settimana intera per colpa dell’influenza. “Shogun” lo avevano letto i miei genitori qualche decennio prima, ce l’avevo in casa da tanto e, tra la febbre e la tosse, sono riuscita a leggerlo tutto. Anzi, direi che l’ho divorato ed è stato l’unica cosa positiva di quella malattia.

3.  “La cattedrale del mare”, Ildefonso Falcones

Questo libro mi è stato consigliato al liceo da un professore, prima di partire per Barcellona, in quanto ambientato proprio da quelle parti. Purtroppo l’ho letto solo anni dopo, capendo perché me l’aveva consigliato e apprezzandolo moltissimo. La storia narrata accade nel Quattrocento, però ogni volta che sento il nome di questo libro o lo guardo sullo scaffale mi tornano in mente, incredibilmente, i ricordi del viaggio a Barcellona.

4. “Memorie di una Geisha”, Arthur Golden

A parte la sua bellezza, questo libro (inteso come oggetto fisico) ha una storia particolare per me perché, dopo averlo letto, l’ho prestato e non l’ho più rivisto per circa due anni. Ma la cosa interessante è che l’ho prestato ad un’amica che ho frequentato spessissimo in quei due anni. Pur visitandoci spesso a vicenda, non c’era niente da fare: quel libro rimaneva sempre a casa sua. Quando un giorno l’ho vista entrare in casa con il libro in mano è stato così emozionante che mi sono sentita come se me lo stesse regalando.

5. “L’Alchimista”, Paulo Coelho

Infine, “L’Alchimista”. Un libro che ho letto 4 o 5 volte (da adolescente era Coelho-addicted, lo ammetto). Era l’estate del 2004 o 2005, mi annoiavo molto ed una cara amica molto più grande di me mi prestò questo libro dicendomi “sono sicura che ti piacerà”. E così è stato. Poco tempo dopo ho acquistato una copia del libro tutta per me perché volevo che ce l’avessi anch’io. Questo libro mi è ancora più caro perché me l’ha prestato lei e perché l’ho letto nella mia casa natale che adesso non c’è più, che d’estate era tanto fresca e dove si stava così bene.

Indignez-vous!

Indignez-vous! è un pamphlet francese scritto da Stéphen Hessel, combattente nella Resistenza Francese durante la Seconda Guerra Mondiale. Indignatevi. Indignazione, sentimento vivo che si prova per tutto ciò che riteniamo ingiusto, indegno.

Indignazione è stata la prima parola che mi è venuta in mente oggi in seguito agli attentati di Parigi. Paris, mon amour…non sei la prima e temo tu non sia l’ultima città ferita in questo modo.

La rabbia in momenti simili è così grande che il sentimento di vendetta sfiora tutti – anzi, di alcuni si impossessa. Il disordine, il caos reale e mentale è talmente grande che ci vuole un attimo per farsi trascinare da sentimenti e azioni inopportune. Dichiarare guerra non serve, la guerra mi sa che c’è sempre stata. Non è quella di 70 anni fa di cui parla Hessel, ma si basa sempre sull’odio.

L’odio, però alimenta l’odio. I sentimenti sono forti, come le parole.

So let’s don’t forget that an eye for an eye makes the whole world blind.

Un uomo senza.

“Un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, s’interrompe, una donna no. […] Una donna è quel filo di ragno steso in un passaggio, che si attacca ai panni e si fa portare. […] Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un uomo e basta, nient’altro da aggiungere. È un uomo senza. Può dimenticarselo, ma quando si ritrova davanti, lo sa di nuovo.”

(Erri de Luca, Il peso della farfalla)

Leggete

Tudor Chirila, cantante e compositore di un gruppo romeno che si chiama Vama Veche, è famoso anche per toccare i punti sensibili della società di oggi, delle relazioni, delle persone. Nel 2009 ha scritto una lettera sul suo blog, intitolata “Lettera agli studenti”. Mi ha colpito leggerla, perché condivido in pieno il messaggio principale di questa lettera: la cultura è la nostra salvezza. Non aggiungo altro perché non ce n’è bisogno, si capirà benissimo dai paragrafi che ho deciso di tradurre.

“Non pensate a rubare, è la via più semplice. So che avete scoperto che è così che si diventa ricchi. […] Non è questa però la via. Più si ruba, meno si costruisce, e i bambini dei nostri bambini avranno in eredità un impero di cenere.[…]

Leggete. Leggete molto. Leggete tutto quello che vi capita fra le mani. Non ascoltate solo i professori. Leggete qualsiasi cosa, senza selezione. Niente è più importante della lettura, ora. Poi, cercatevi tra di voi. Scoprite chi altro legge le stesse cose e imbrancatevi. Soltanto in un branco di persone intelligenti potrete farcela. […] Cosa farete con i milioni in una città deserta? Cosa comprerete, con un mucchio di soldi? A cosa serve una Lamborghini se non hai l’autostrada? Perché avere una villa in un quartiere soffocato dalle inondazioni? […]

Non ascoltate più quello che dicono i giornali. Loro non danno una lira per la vostra generazione, ve ne accorgete? Per loro, più siete stupidi, più sarà facile vendervi qualsiasi merda. […]

Non fumate erba e non picchiatevi per l’alcol. Non farete che dare ragione agli incolti e ai ladri che ci sono al potere. Sarà più facile catalogarvi come una generazione di distrutti e i soldi destinati alla vostra salvezza, li ruberanno. C’è tempo anche per l’erba, e anche per il tequila. Adesso però dovete studiare, perché a breve non ci sarà più tempo per questo, perché entrerete nella vera vita, ed è peggio della giungla. Gli animali hanno delle regole non scritte. Le persone hanno le leggi scritte.

Non correte dietro ai soldi. I soldi devono essere il mezzo, non lo scopo. Il vostro scopo deve essere la conoscenza. Più saprete, più sarete in alto. Qualsiasi libro letto, qualsiasi lezione imparata si poggerà alla vostra base e vi alzerà davanti agli altri. Dominerete con la mente, e niente è più bello di questo. […]

Siete giovani. Non pensate che siete deboli, la vostra forza sta nella vostra purezza. Siete puliti, non vi hanno ancora contaminato, ma se tra di voi non si alzeranno i lottatori, vi sporcheranno con il fango delle strade che non hanno riparato, ogni goccia di fango sono i soldi che non sono mai arrivati per quella strada. Dovete cambiare questo. E come? Leggendo. La letteratura universale vi insegnerà a distinguere il Bene dal Male. Balzac, Stendhal, Dumas, Dostoevskij, Dickens, Tolstoj, Goethe, tutti distinguono il Bene dal Male. Da questo esercito di forti potete imparare il Bene. Il Bene potete essere voi. E più sarete buoni, più soffocherete il Male. Non è impossibile. Diventate buoni, migliori, i migliori.”

Parole

“Era fortuna che l’amore non avesse bisogno di parole; altrimenti sarebbe stato pieno di malintesi e di pazzie.”

Forse per questo, quando decidiamo di parlare a qualcuno dei nostri sentimenti, preferiamo dedicargli una canzone? O magari una poesia, per i più audaci? O anche, semplicemente, copiare delle frasi fatte lette da qualche parte? Come se ci si proteggesse dietro le parole degli altri.

Quando cominceremo ad usare le nostre? Non per spiegare l’amore, quello non ha bisogno di parole, è vero. L’amore si capisce al volo, lo si sente nell’aria, è un po’ come la fede: lo percepisci. Le parole servono poi per far capire all’altro le nostre intenzioni, più che i sentimenti. O forse servono per imprimere nella mente quello che il cuore sente già.

Ah, la frase è tratta dal famoso “Narciso e Boccadoro”, di H. Hesse.